Europa, come parli? Mappa della politica linguistica stato per stato

Pubblicato il 15 luglio 2013

charterUNA CARTA ‘A LA CARTE‘: La “Carta europea delle lingue regionali e minoritarie” è stata adottata nel 1992 dal Consiglio d’Europa, ed è entrata in vigore nel 1998, dopo le prime cinque ratifiche da parte di altrettanti Stati membri del COE. L’obiettivo di questo trattato internazionale è, ovviamente,  la protezione delle lingue locali, intese come patrimoni culturali e identitari. La condizione è quindi che si tratti di lingue “storiche”, ossia di antico insediamento in un dato territorio, e riconosciute in quanto per l’appunto lingue, e non dialetti. Che abbiano cioè una produzione culturale scritta e radicata nel tempo.

La Carta ha una particolarità: a parte un nucleo di articoli fondamentali obbligatori, ogni Stato firmatario può scegliere quali articoli e quali impegni sulla tutela delle minorità linguistiche nel proprio territorio sottoscrivere, compatibilmente con le proprie leggi nazionali. Potrà in un secondo momento firmare articoli che non aveva approvato inizialmente, e potrà includere nuove lingue nel novero di quelle che aveva deciso di sottoporre a tutela.

Per questo, sebbene ci sia una “direzione” sulle tutele linguistiche in ambito internazionale europeo, parlare di una politica unitaria europea sarebbe un’astrazione burocratica: ogni Stato ha una diversa politica linguistica, e ha sottoscritto la Carta europea solo su alcuni punti, per cui, di fatto, ogni Stato persegue una propria politica linguistica, dettata da scelte politiche e usi culturali. Per farsi quindi un’idea più precisa sulla situazione della tutela linguistica in U.E., sarà quindi utile tracciate una breve mappa della politica linguistica Stato per Stato, prendendo in esame i Paesi europei più grandi e vicini a noi: la Francia, la Spagna e la Germania. Cominciamo con l’unico che non ha ancora firmato la Carta europea delle lingue regionali o minoritarie: la Francia.

FRANCIA: In verità, nel maggio del 1999, dopo ben tre rapporti ministeriali (Poignant, Carcassonne, Cerquiglini), anche la Francia ha firmato la Carta europea; ma un mese dopo, a causa anche delle forti reazioni polemiche, la Corte costituzionale ne bloccò la ratifica, indispensabile per la sua entrata in vigore. Il dibattito nel paese è molto vivo: i difensori dell’unità nazionale invocano l’art. 2 della Costituzione, ai sensi del quale “le français est la langue de la Rèpublique”. A questi rispondono coloro che ricordano che, nel 2008, la Costituzione francese ha conosciuto una importante revisione: con l’articolo 75 le “Lingue di Francia” sono entrate a titolo di “patrimonio della Nazione” dopo instancabili lotte culturali e politiche, anche se in un punto “periferico” del testo. Probabilmente si sperava che in tal modo l’art. 2 non avrebbe più costituito uno scoglio alla ratifica della Carta europea. Ma, nei fatti, non è stato così, anche se Hollande aveva messo nero su bianco la ratifica della Carta europea in campagna elettorale.

La Francia ha una buona presenza di lingue minoritarie, in particolare il bretone e il corso sono legate a doppio filo con questioni di indipendenza politica, concetto del tutto inaccettabile al centralismo francese. In generale, quindi, l’atteggiamento della Francia è sempre  teso ad ostacolare l’elaborazione di documenti internazionali contenenti disposizioni di tutela minoritaria. È un atteggiamento che ha delle precise radici (e ragioni) storiche sin dai tempi della Rivoluzione francese, e anche da prima, dai tempi della “langue du Roi”. I rivoluzionari combatterono anche con la violenza le minoranze linguistiche, in modo da formare un’unica grande nazione omogenea; lo stesso si fece in America, con l’English-only movement. In entrambi i casi l’idea (o ideologia) era: unico Stato, unico popolo, unica lingua. La Francia è tanto centralizzata linguisticamente che l’art. 2 autorizza i maestri a far uso delle lingue locali nelle scuole elementari e materne solo se “potranno trarne profitto per il loro insegnamento, in particolare per lo studio della lingua francese.” Insomma solo in funzione della lingua di Stato, protetta e tutelata, questa, con tutte le forze. Nel 1994 Jacques Toubon, ministro della francofonia, ottenne l’approvazione di una legge severissima per vietare l’uso di lingue e parole straniere in Francia. Il consiglio costituzionale ne abrogò per incostituzionalità alcuni degli articoli più feroci e ridicoli, ma la legge è rimasta in vigore. Ciò che differenzia la Francia da una politica “fascista” come fu in Italia Spagna e Germania è innanzi tutto che le minoranze, pur non venendo tutelate (non dallo Stato), non sono osteggiate né tantomeno perseguitate. Inoltre, è importantissimo sottolinearlo, nonostante la legge molto severa e il controllo ravvicinato dell’Accademie Française – che hanno un certo effetto – l’uso reale rimane libero, e nessuna parola straniera è “vietata”. Solo non è segnalata, non è inserita nella lingua accademica, e si mette un corrispettivo francese, sempre.

Torniamo a noi: la Francia non può firmare la carta senza cambiare un punto fermo da secoli nella propria nascita di nazione moderna. Per lo Stato francese, accettare un riconoscimento delle minoranze, sarebbe lesivo del principio di eguaglianza e del principio di indivisibilità del popolo francese, benché al suo interno siano presenti minoranze linguistiche di una certa consistenza. Le lingue regionali non hanno quindi mai beneficiato di uno statuto legale.

Questo mancato riconoscimento nei fatti, malgrado il riconoscimento, pur timido, sulla carta costituzionale, evidenzia come gli argomenti giuridici non siano quelli decisivi: la consuetudine e la storia culturale giocano un ruolo fondamentale. È inoltre nell’interesse politico del paese affinché più persone possibili parlino la lingua, anche a discapito delle altre. In questo la Francia è il solo paese che rivaleggia davvero – in quanto a autopromozione linguistica – con gli Stati Uniti e l’Inghilterra.

GERMANIA: La situazione della Germania è per certi aspetti quella più simile alla nostra. Il tedesco ufficiale è parlato da almeno il 92% della popolazione e questa lingua, la varietà dello Hochsprache, è potentissima nel paese: s’impone ovunque come unica lingua della giustizia e della legislatura, tanto federale quanto quella dei Länder,dell’amministrazione pubblica, del mondo dell’insegnamento, dei media e tutta la vita economica e culturale. Anche per questo non è stato giudicato necessario elaborare una politica linguistica a questo soggetto. Come da noi, nella costituzione (o Legge fondamentale del 1994) lo statuto della lingua tedesca non è definito in alcun modo.

Ma il motivo è anche un altro, di natura politica, e molto simile a quanto succede da noi: sin dal 1949 i diversi governi tedeschi sembrano aver voluto evitare ogni misura destinata a ricordare anche lontanamente la politica linguistica o culturale del periodo nazional-socialista, quando l’esaltazione della lingua tedesca serviva alla propaganda e all’ideologia nazista. E non solo i nazisti, in Germania, fanno venire in mente interventi politici sulla lingua.

Infatti, a partire dalla fine degli anni ‘60 i dirigenti politici della Repubblica Democratica Tedesca hanno voluto affermare l’indipendenza del loro Stato portando avanti una politica linguistica “isolazionista”. L’obiettivo era di distinguersi e emanciparsi dalla Germania dell’Ovest: non doveva più esserci unità nemmeno nella lingua tedesca. Questo contesto politico non ha, nonostante tutto, portato alla creazione di una nuova lingua propria della Germania dell’Est, probabilmente perché non ci fu il tempo, queste cose sono molto lente. Si può comunque, ancora oggi, riconoscere un uso particolare della lingua; individuare dei comportamenti linguistici specifici alla Germania dell’Est nati in quel periodo.

I differenti governi tedeschi non avendo mai voluto intervenire per ristabilire o mantenere delle misure mirate a proteggere la purezza della lingua tedesca, anche le campagne organizzate negli ultimi decenni dai media per proteggere il tedesco contro l’invasione dell’inglese non hanno dato risultati. Negli ambienti politici, ogni misura protezionista in favore del tedesco è percepito male e giudicato non necessario. Ma questa politica di non intervento è destinata a cambiare, sotto l’influenza di diversi fattori, e già ne abbiamo i segnali.

Lo Stato Federale ha intrapreso negli ultimi anni, in coincidenza con la firma della Carta sulle lingue minoritarie, dellepolitiche culturali e linguistiche più attiveInnanzi tutto per quanto riguarda le minoranze linguistiche presenti sul territorio nazionale, in particolare i danese del Schleswig-Holstein, i Frisoni di Schleswig-Holstein et de la Bassa Sassonia, i Sorbi di Brandeburgo et de la Sassonia, e gli Zigani (Sinti et Rom). Ma si è anche, per la prima volta,legiferato sulla lingua ufficiale dello Stato. Di fronte alle difficoltà dell’integrazione degli immigrati (quasi otto milioni di persone) e alla loro padronanza spesso insufficiente del tedesco, sono state introdotte delle misure dalle autorità al fine di fare dell’insegnamento della lingua un elemento centrale della politica di integrazione.

Infine bisogna segnalare che il tedesco è cresciuto e sta crescendo esponenzialmente come lingua straniera studiata nel mondo, trovandosi per la prima volta nella sua storia a rivaleggiare col francese e l’inglese, entrando tra le lingue “prestigiose” accanto a spagnolo e italiano. Questo è dovuto in particolare al potere economico – immigrazione – e quindi politico – il tedesco fa parte della “triade” linguistica dell’UE.

SPAGNA: Il regime Franchista, come avviene in Germania e in Italia, aveva una politica linguistica molto feroce, protezionista e centralista che non teneva conto della complessità linguistica della penisola iberica. La Costituzione spagnola democratica del 1978 rompe con il passato autoritario aprendosi fin da subito alla tutela delle lingue regionali e avviando un processo di decentramento che ha prodotto dei buoni risultati di convivenza linguistica in una forte unità.

Il castigliano (la lingua spagnola non è mai chiamata giuridicamente español ma castellano) è la lingua ufficiale dello Stato e la lingua abituale della maggior parte (il 72,8%) degli spagnoli. Secondo l’articolo 3 della Costituzione spagnola è questa la lingua ufficiale dello Stato centrale, e  todos los españoles tienen el deber de conocerla y el derecho a usarlaSe tutti gli spagnoli hanno il dovere di conoscere il castigliano, quest’obbligo non si applica al catalano, al basco al galego ecc. L’uso di queste lingue minoritarie in Spagna non costituisce un obbligo, ma solo un diritto. Le altre lingue materne utilizzate da una porzione importante di popolazione sono: il catalano (10 milioni), ilgalego (3,8 milioni), il basco (580.000), lo zigano (600.000), l’asturiano (200.000), l’aragonese (30.000), l’aranese(3.814). Gli unici parlanti presenti in tutto il territorio della nazione sono quelli del castigliano e dello zigano. Su queste, e altre minoranze, solo tre lingue – il catalano, il gallego e il basco – beneficiano d’uno statuto di co-ufficialità col castigliano, ma solo nelle rispettive comunità autonome, mentre altre lingue non hanno che una protezione limitata. Lo statuto delle lingue in Spagna è quindi differente dal punto di vista giuridico a seconda che sia nei riguardi dello Stato centrale o delle Comunità autonome. Lo statuto di co-ufficialità non impegna lo Stato, ma unicamente le amministrazioni locali, cioè le Comunità autonome bilingui.

In termini di diritti linguistici la Costituzione spagnola riconosce quindi due categorie di cittadini e due categorie di territoriLo Stato spagnolo, che è unitario e unilingue, composto a sua volta da territori sia ufficialmente unilingui (castiglianofoni) sia ufficialmente bilingui (Catalani, Baschi ecc).  Si è scelta questa strada invece di riconoscere costituzionalmente uno Stato multilingue (la Spagna) costituito da territori unilingui (Catalogna, Paesi Baschi ecc…), come si sarebbe potuto, perché il riconoscimento delle diverse lingue di Spagna non deve nuocere né all’uso né alla presenza della lingua ufficiale dello Stato. Questa unità fortemente protetta è dettata dalle stesse esigenze di uguaglianza dei cittadini tanto care allo Stato Francese.

Per questo, per tenere fermo il valore e il dominio de castigliano, lo Stato spagnolo ha una politica protezionista che se non arriva ai livelli francesi, ci si avvicina molto. Per cui, ad esempio, computer si dice “computador”; esiste l’adattamento (grafico e di pronuncia) di “whisky” in güisqui ecc.

Insomma, la Spagna è riuscita a coniugare una severa unità linguistica – elemento importante per la “tenuta” di un popolo/nazione – e tutela delle differenze storiche e culturali. Si situa in un certo senso a metà tra noi – attenti alle minoranze ma lassisti sulla lingua – e la Francia – severissima nella tutela dell’unica lingua dello Stato.

ITALIA: Innanzi tutto, da noi come in Germania, non sta scritto da nessuna parte nella Costituzione quale sia la lingua in cui tale costituzione  è scritta. Il tema della lingua è toccato direttamente dalla nostra Costituzione solo nell’articolo 3 (Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, dilingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali) e nell’articolo 6 (La Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche.), cioè solo per quanto riguarda eventuali discriminazioni linguistiche e alla libertà individuale.

Probabilmente questa scelta dei padri costituenti è data dalla particolare situazione linguistica in cui ancora versava l’Italia allora. Era consuetudine, specie al sud, usare il dialetto, o un interprete italiano-dialetto nei tribunali. Ma anche ha giocato un ruolo fondamentale, come in Germania, il fattore politico: da noi non si è mai avuto il coraggio di avviare una qualsiasi tutela o controllo della lingua a causa della forte repressione linguistica fascista fatta di repressione delle comunità alloglotte, italianizzazione forzata di cognomi e toponimi, guerra al dialetto. Viceversa, dato il profondo attaccamento identitario che si registra nel nostro paese, regione per regione, tra territorio e dialetto – e vista l’altissima qualità delle produzioni culturali di praticamente tutti i nostri dialetti – siamo uno degli Stati più all’avanguardia, almeno sulla carta, per quel che riguarda il riconoscimento delle minoranze linguistiche, dalle comunità gracaniche in Calabria a quelle albanesi in Puglia, fino ai croati in Friuli, i tedeschi a Bolzano ecc… siamo quindi all’estremo opposto della Francia, e paghiamo questa scarsa attenzione alla Lingua dello Stato con l’incomprensibilità del linguaggio burocratico, giuridico, medico, e insomma del linguaggio “ufficiale” in generale lontanissimo dall’uso reale, molto differenziato.

Da noi la politica linguistica viene menzionata più o meno polemicamente, sopratutto per mortificare la nostra lingua, il suo ruolo subalterno sul “mercato delle lingue”, e con proposte che si fanno sempre più insistenti e reali di abbandono di questa lingua inutile in favore dell’inglese, nella scuola, nell’Università, ( ) persino nella segnaletica e nei documenti ufficiali della Repubblica!

Non è questo lo spazio adatto a discutere queste idee, a cui sono contrario senza la minima esitazione. È interessante notare però come questo sia quello che facciamo in casa, dove diciamo ai nostri giovani di studiare direttamente in inglese e tuteliamo le lingue minoritarie, così che si rischia di passare dal dialetto all’inglese saltando la tappa di Dante. Invece nei rapporti con i non italiani – o ritenuti tali – e con i rapporti diplomatici siamo di tutt’altra pasta. Agli immigrati, o comunque per concedere la cittadinanza – anche a persone nate in Italia – siamo inflessibili: se vogliono essere integrati nella società e cultura italiana devono parlare un ottimo italiano. questo non solo mentre gli italiani per primi non parlano affatto bene l’italiano, ma mentre stiamo rinunciando noi stessi alla nostra cultura in favore della lingua dell’impero dominante. Finirà che i bianchi ricchi parleranno inglese nei salotti, mentre i neri poveri parleranno italiano tra i banchi del mercato? Chissà, non si può escludere per come stanno le cose adesso.

Intanto, siamo così convinti dell’inutilità della nostra lingua che non finanziamo quasi più le istituzioni culturali e gli enti che promuovono l’insegnamento e la cultura italiana. D’altronde, quasi tutti coloro che studiano italiano all’estero sono figli di migranti: per promuovere l’italiano presso i non italiani non si fa nulla.

Eppure siamo spessissimo in prima fila,, accanto alla Spagna, ogni qualvolta vi sia un’ingiustizia a Bruxelles per quel che riguarda la discriminazione linguistica. Siamo noi, subito dopo la Spagna, i più agguerriti oppositori del trilinguismo vigente. Pretendiamo, giustamente, che anche l’italiano e lo spagnolo che sono lingue di cultura non da poco, siano rappresentate nei Palazzi Europei. ma gli Spagnoli, quella lingua che proteggono a Bruxelles, la proteggono anche a Madrid…

Insomma la situazione della lingua da noi non è mai stata facile, ma oggi, che si può dire che tutti gli italiani capiscono – se non parlano – l’italiano, sarebbe ora di prendere provvedimenti sul fronte della politica linguistica. Sembra che qui ogni uomo di potere agisca secondo le proprie idee, competamente slegato da qualsiasi visione condivisa. Non dico in che direzione dovremmo andare – visibilmente ce n’è una che reputo giusta e una che reputo sbagliata – ma almeno scegliamone una, mettiamoci d’accordo, perseguiamo un’idea coerente, come cercano di fare tutti. Almeno potrei dire che la nostra politica linguistica fa schifo. Invece che dire? Non c’è. Punto.

Antonio Marvasi

www.insuafavella.blogspot.it

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  • pfiol duncan

    sono in completo accordo!